Carne in vendita in via Principe Amedeo: l’altra faccia del Nuovo Mercato Esquilino
Chi vive l’Esquilino tutti i giorni non chiede miracoli. Chiede solo che le promesse, almeno quelle basilari, vengano mantenute: igiene, sicurezza, legalità

Macelleria, carne al mercato, pexels-deesarkee-photos
A Roma ci sono luoghi che vivono in equilibrio costante tra ciò che erano destinati a essere e ciò che sono diventati. Il Nuovo Mercato Esquilino è uno di questi. Nato con l’ambizione di essere un polo moderno e multietnico nel cuore della Capitale, è oggi il simbolo di una dicotomia evidente: l’anima viva e pulsante di una comunità internazionale che si è integrata nei ritmi urbani e, allo stesso tempo, la faticosa convivenza con pratiche fuori norma che sembrano non avere più supervisione.
Il nuovo mercato Esquilino a Roma
Chi vive nei pressi di via Principe Amedeo conosce bene la scena: grossi quarti di bovino adulto spinti su carrelli della spesa come fossero sacchi di patate. Carni nude, trascinate tra i banchi e i furgoni, senza alcuna copertura. Nessun imballo, nessuna protezione. A maneggiare il tutto, un addetto a mani scoperte, senza guanti, senza camice, senza nemmeno un copricapo. La carne, appena sollevata dal mucchio instabile di un carrello che ricorda più un cassonetto che un mezzo idoneo al trasporto alimentare, finisce direttamente sulla spalla, a contatto con una giacca da lavoro, con una felpa, con qualsiasi cosa che, per ore, è stata esposta al contesto urbano.
Le immagini che documentano il problema
Un dossier fotografico pubblicato sulla pagina Facebook “Sei dell’Esquilino se…” ha portato alla luce una realtà già nota a chi abita nella zona, ma forse non con questa forza visiva. La documentazione mostra, senza filtri, l’assenza pressoché totale di controlli igienico-sanitari. In un mercato che si fregia di essere tra i più interessanti d’Europa per la sua varietà culturale e alimentare, queste immagini suonano come un paradosso.
E il punto, sottolineano i residenti, non è nella presenza di operatori scorretti, ma nell’assenza sistemica di regole applicate. Carmen Trimarchi, del Comitato residenti piazza Vittorio, commenta con amarezza: «Il mercato andava riqualificato ieri. È “Nuovo” solo nel nome, perché di nuovo non ha più nulla. Questo comportamento va a scapito di tanti lavoratori onesti che rispettano le regole e che stanno pagando anche per chi non lo fa».
Norme ignorate e vigilanza fantasma
È qui che la questione si complica. Perché non si tratta semplicemente di una cattiva prassi. Il trasporto e la manipolazione di carne cruda sono regolamentati da normative europee e nazionali molto stringenti. Dal Regolamento CE 853/2004 alle disposizioni del Ministero della Salute, è previsto che la carne venga movimentata in ambienti refrigerati, con strumenti idonei e da operatori muniti di dispositivi di protezione individuale. Nulla di tutto ciò si osserva quotidianamente tra i banchi e i retrobottega del mercato.
Il problema, quindi, non è solo etico o estetico. È sanitario. E solleva interrogativi legittimi: dove sono i controlli? Chi dovrebbe intervenire? La responsabilità è del Municipio, dell’ASL, della Polizia Locale? O di tutti insieme, in un sistema che, di fatto, lascia scoperta una zona delicata della città?
Un tessuto urbano che chiede rispetto
Il mercato Esquilino non è solo un luogo di scambio commerciale. È una cartina di tornasole della convivenza urbana. Qui si intrecciano comunità cinesi, bengalesi, magrebine, italiane. È un laboratorio multiculturale, spesso citato nei convegni e nei report sociologici. Ma anche i luoghi simbolici devono funzionare, devono rispettare le regole, devono garantire a chi vi lavora e a chi vi abita un contesto dignitoso.
Chi chiede la riqualificazione del mercato non lo fa per snaturarne l’anima, ma per salvarla. Perché le storture, quando diventano sistemiche, rischiano di corrodere proprio quel patrimonio che si vorrebbe difendere.
L’urgenza di una visione e non solo di un controllo
In tutto questo, la vera mancanza sembra essere una: la visione. Il mercato è ancora visto come un problema da contenere, non come un’opportunità da far crescere. E allora ci si limita, nei momenti peggiori, a qualche blitz, a una multa occasionale, a un intervento post-denuncia. Nessuna progettualità di lungo periodo, nessun investimento strutturale, nessuna responsabilizzazione reale.
Chi vive l’Esquilino tutti i giorni non chiede miracoli. Chiede solo che le promesse, almeno quelle basilari, vengano mantenute: igiene, sicurezza, legalità. Perché, anche in un contesto complesso e stratificato come questo, la normalità dovrebbe essere un diritto, non un privilegio.