Il tempo di morire: il caso Ilaria Sula e i dubbi di una verità scomoda
La cronologia dell’aggressione è diventata centrale per comprendere non solo il ruolo dell’assassino Mark Samson, ma anche quello dei suoi genitori

Mark Antony Samson, l'omicida di Ilaria Sula
La morte di Ilaria Sula, 22 anni, è arrivata in meno di sessanta secondi. Tre coltellate alla gola, una precisione brutale che ha causato un’emorragia fatale. Questo è quanto emerge dall’autopsia eseguita dal dottor Luigi Albore, incaricato di ricostruire le ultime fasi della vita della giovane studentessa di statistica.
Ilaria Sula, un omicidio rapido, ma non semplice
La cronologia dell’aggressione, insieme alla dinamica dell’occultamento del cadavere, è diventata centrale per comprendere non solo il ruolo dell’assassino reo confesso, Mark Antony Samson, 23 anni, ma anche quello dei suoi genitori, presenti in casa quella sera.
Il tempo, in questa vicenda, è una variabile cruciale. Non solo per la velocità con cui è avvenuta la morte, ma per ciò che avrebbe potuto significare un’esitazione, un ritardo, una richiesta di aiuto mai partita. Se Ilaria fosse rimasta viva anche solo pochi minuti in più, si sarebbe aperto un ulteriore fronte giudiziario: quello della responsabilità penale di chi era presente e non è intervenuto.
L’autopsia come snodo giudiziario
Il corpo della ragazza è stato rinvenuto 48 ore dopo, in fondo a un dirupo a quaranta chilometri da Roma. Ma è nell’appartamento di via Homs, al quartiere Africano, che tutto si è consumato. Secondo quanto riferito dagli inquirenti, le macchie di sangue individuate nella stanza di Samson erano poche, il che ha generato due ipotesi: un tentativo di ripulire la scena o, semplicemente, una morte così rapida da non lasciare il tempo alla vittima di lottare o di disperdere molto sangue.
I risultati dell’autopsia vanno però integrati con accertamenti più approfonditi: serve sapere con esattezza l’orario dell’aggressione, la posizione dei colpi, l’eventuale presenza di segni di difesa, e se Ilaria fosse cosciente anche solo per qualche secondo dopo l’attacco. Non si tratta di dettagli tecnici, ma di elementi che potrebbero riscrivere la cornice giuridica di un fatto già di per sé devastante.
Il silenzio di chi era in casa
Il comportamento dei genitori di Samson è, a questo punto dell’indagine, un elemento non secondario. Erano in casa quella sera, secondo quanto lo stesso 23enne ha confermato. Ma ha scelto di non rispondere alle domande dirette sul loro coinvolgimento, limitandosi a raccontare di essersi chiuso in camera, da solo, dopo il fatto. È lì che la polizia scientifica ha trovato le macchie di sangue: deboli, isolate, ma presenti.
Il dettaglio è inquietante per ciò che lascia intendere. Se davvero i genitori erano consapevoli dell’omicidio, e se in qualche modo hanno contribuito a coprire il figlio, potrebbero essere chiamati a rispondere non solo moralmente, ma anche penalmente. Non più per concorso in omicidio – ipotesi ormai difficile da sostenere dopo l’esito dell’autopsia – ma per favoreggiamento, soppressione di cadavere o mancata denuncia.
L’interrogatorio davanti al gip
Venerdì, Mark Antony Samson sarà ascoltato dal giudice per le indagini preliminari. Sarà il primo interrogatorio formale dopo la confessione. La procura intende chiarire ogni dettaglio: cosa è accaduto tra quelle mura, cosa ha scatenato la furia omicida, cosa hanno visto – o scelto di non vedere – gli altri presenti. Il legale del giovane ha annunciato una collaborazione con gli inquirenti, ma finora le dichiarazioni sono state parziali, e molti aspetti rimangono avvolti da opacità.
Nel frattempo, la comunità universitaria alla quale Ilaria apparteneva si interroga. Non su come sia potuto accadere – la violenza di genere è un fenomeno strutturale, quotidiano – ma su quanto ancora la solitudine delle vittime venga sottovalutata. Ilaria non era seguita dai servizi sociali, non aveva mai sporto denuncia, non risultano segni pregressi di violenza. Ma qualcosa, nelle pieghe invisibili della relazione, era già rotto.
La cronaca chiede responsabilità
Ogni dettaglio di questa storia – dall’ora esatta dell’aggressione, alla posizione delle ferite, fino ai silenzi di chi ha assistito – parla di responsabilità. Non solo penali, ma anche sociali, culturali, educative. La dinamica dell’occultamento, il tentativo di scomparire il corpo, non è solo un atto materiale: è l’estremo tentativo di cancellare la realtà, di far sparire la vittima anche dopo la morte. Un gesto che tradisce la consapevolezza della colpa e che rende ancora più evidente la necessità di leggere questi casi oltre la superficie del fatto di cronaca.
In questo momento, il caso Ilaria Sula non è ancora chiuso.